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Se c’è un luogo in Italia capace di sfidare le leggi della gravità economica e di non risentire mai di crisi, inflazione o tensioni geopolitiche, quel luogo è Capri. Lo scoglio più celebre del mondo ha conquistato l’ennesimo, storico primato: è ufficialmente l’isola con il mattone più caro d’Italia. Comprare casa all’ombra dei Faraglioni richiede oggi un investimento medio che supera gli 8.850 euro al metro quadrato, una cifra che stacca nettamente le storiche rivali del turismo balneare d’élite come la Sardegna della Costa Smeralda o le perle della Versilia, posizionando l’isola azzurra in un club esclusivo a livello planetario, insieme a Manhattan e al Principato di Monaco.

Questo record, certificato dagli ultimi report degli osservatori immobiliari nazionali, non fotografa però le sole transazioni di lusso. La cifra di 8.850 euro è infatti una media matematica: per le proprietà di pregio che affacciano sulla celebre Piazzetta, a Marina Piccola o lungo le vie dello shopping d’alta moda, i prezzi reali possono tranquillamente raddoppiare o triplicare, toccando vette accessibili soltanto a magnati dell’hi-tech, fondi d’investimento internazionali e star di Hollywood. Capri non vende semplicemente muri e tetti, vende uno status symbol, un pezzo di mito intramontabile racchiuso in pochi chilometri quadrati di roccia calcarea.

«Il mercato caprese è ormai totalmente slegato dalle dinamiche nazionali», spiegano gli agenti immobiliari del territorio. La domanda globale è infinita, mentre l’offerta di spazio sull’isola è per sua natura limitata e rigidamente tutelata. Il risultato è un’asta perenne al rialzo.

L’altra faccia del record: lo spopolamento dei residenti

Se i flussi di capitale straniero fanno esultare i grandi proprietari e le agenzie immobiliari, l’altra faccia della medaglia racconta una mutazione sociale drammatica per la comunità locale. A queste cifre, mercato immobiliare è diventato del tutto proibitivo per le giovani coppie capresi e per i lavoratori del settore turistico. Intere generazioni nate e cresciute sull’isola sono costrette a trasferirsi sulla terraferma, nella penisola sorrentina o nell’hinterland napoletano, incapaci di competere con il potere d’acquisto dei grandi investitori esterni.